Nel 1961, Pier Paolo Pasolini si reca in India - assieme ad Alberto Moravia e ad Elsa Morante - percorrendola da occidente ad oriente, e da nord a sud. Bombay (luogo del primo atterraggio), Auranganbad, Cochin, Delhi, Agra, Benares, Calcutta, e poi altri luoghi ancora: Ellora, Ajanta, Gwalior, Kajurao...
È il suo primo impatto con un mondo che sente profondamente "altro" e che tuttavia non gli impedisce di riconoscere assonanze con il suo Occidente, con il mondo contadino italiano di cui alla fine degli anni '50 si stanno per perdere le antiche radici, e per avanzare analisi acute - anche se necessariamente sommarie - di un mondo in trasformazione e delle sue caratteristiche più evidenti. Ma è anche l'inizio di una fascinazione profonda che lo porterà di nuovo in quel paese, dove dodici anni dopo realizzerà "Il fiore delle Mille e una notte" (1973-74).
Qui di seguito, per descrivere in estrema sintesi le sue impressioni, ecco alcune citazioni tratte da "L'odore dell'India" (1. edizione La Fronda, 1962 - ma le citazioni seguono l'edizione Longanesi del 1979), accompagnate da qualche fotografia dei suoi viaggi indiani.
"A Nuova Delhi sono andato con Moravia a un ricevimento all'ambasciata di Cuba... In mezzo alle sagome eleganti dei diplomatici e delle loro signore, mi è sembrato una specie di miraggio assurdo (erano solo una decina di giorni che ero via dall'Italia, ma mi parevano dieci anni) due prelati cattolici, sottili come spade, coi fianchi stretti da una cintura rossa, e la scoppoletta rossa sulla nuca. Dovevano essere spagnoli: l'aria era quella degli spadaccini.
Per me erano emblemi, cocenti emblemi di tutto un mondo.
Ma
per quanti milioni di persone, nel mondo indiano, non erano altro che
un vivace ghirigoro in rosso e nero? Messi di un potentato tanto
lontano da sembrare inesistente?
Per la prima volta, potrà sembrare assurdo, ho avuto l'impressione che il cattolicesimo non coincida con il mondo: ma la separazione delle due entità è stata così inaspettata e violenta, da costituire una specie di trauma..." [pp.17-18]
"I gridi delle cornacchie ci seguono, più o meno fitti e disordinati, per tutta l'India. È una iterazione significativa: pare che dicano: siamo sempre qui, perché l'India è sempre così. A parte la follia che domina quel breve rutto, insolente, idiota e sfacciato: quell'aria di chi non rispetta nulla, gratuitamente sacrilega. Con quel persistente verso negli orecchi, vediamo il paesaggio lentamente cangiare, come una sconfinata schiena emergente dalla polvere. Ma un cambiamento vero non avviene mai. In realtà esso resta uguale per centinaia di chilometri, da Bombay a Calcutta..." [p.96]
"...A un certo punto, tra i meravigliosi alberi e la squallida distesa di radure, appare, tra argini bianchi,
di melma secca, uno stagno. Ci sono delle donne o dei ragazzi, intorno,
a lavarsi o a lavare i propri stracci. Qualche volta non c'è
nessuno. Subito dopo, appare il villaggio: un mucchio di muretti
anch'essi bianchi, fatti col fango e lo sterco di vacca, e sopra i
tetti di paglia. In mezzo, spiazzi polverosi, pieni di capre, vacche e
bufali..." [p.97]
"Ai margini del prato, c'era una casetta, una catapecchia non lurida, di mattoni: un fuoco acceso dentro, e qualche suppellettile.
Intorno, qualcuno stava trafficando, come preso dalle sue faccende. Era
un uomo sui quarant'anni, con una folta barba nera e una folta zazzera
nera alla D'Artagnan. ...
Osservandolo bene, si vedeva che non stava affatto sfaccendando,
occupato a accendersi il fuoco, a cucinarsi i fagioli o che so io: ma,
con la stessa attenzione, accuratezza e albagia, di chi fa un lavoro
ritenuto indispensabile, stava accudendo a un cerimoniale sacro..."
[p.34]
Fortunatamente l'induismo non è una religione di stato. Perciò i santoni non sono pericolosi.
Mentre
i loro fedeli li ammirano (ma mica tanto, poi), c'è sempre un
mussulmano, un buddista o un cattolico che li guarda con compassione,
ironia o curiosità. È un fatto, comunque, che in India
l'atmosfera è favorevole alla religiosità, come dicono
anche i referti più banali... Ma più che una
religiosità specifica (quella che dà i fenomeni mistici o
la potenza clericale) ho osservato tra gli indiani una
religiosità generica e diffusa: un prodotto medio della
religione." [pp.36-37]
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